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#212 TERMOSTATI PER NO-FROST

I moderni sistemi di refrigerazione domestica prevedono ormai da anni l’opzione antighiaccio, che non è altro che un sistema di sbrinamento azionato da una resistenza che riscaldandosi evita la creazione di ghiaccio.

Ma cosa controlla il lavoro di questa resistenza?

Gli alimenti contenuti in un frigorifero possono portare al congelamento dei vapori acquei e di conseguenza alla creazione di una brina che ghiaccia, che aggiunta al continuo aprire e chiudere della porta non fa altro che favorire questo inevitabile processo che deve essere assolutamente scongiurato.

Un metodo pratico ed economico per evitare questo processo è quello di utilizzare i Defrost Timer, o temporizzatori di sbrinamento, che si accendono ciclicamente e per un tempo prestabilito; in questo modo si elimina la brina senza dover intervenire manualmente. Questi componenti lavorano collegati a un termostato a capillare che regola la temperatura, a un overload e al termostato bimetallico, che a sua volta può essere connesso con un termofusibile come estrema sicurezza dando vita così a una combinazione no-frost.

Si tratta di un assemblaggio tra un termostato bimetallico antigelo e un termofusibile di sicurezza estrema, che lavora in serie. Il termostato cicla determinando il funzionamento della macchina. Generalmente sono dei dispositivi con contatti normalmente chiusi, che aprono i contatti tra i 12°C e i 15°C a seconda delle temperature scelte, e li richiudono circa 10°C sotto l’intervento ma in qualsiasi caso sopra lo Zero. Questa applicazione però richiede una sorta di operatività inversa, passatemi il termine, perché mentre normalmente ci si focalizza sulla temperatura d’intervento del termostato per interrompere il funzionamento di una macchina, in questo caso lo scopo del lavoro del termostato è il reset, perché nel momento in cui i contatti si chiudono, la resistenza inizia a lavorare, evitando così che la condensa si trasformi in ghiaccio, mentre quando i contatti tornano ad aprirsi non è altro che la messa a riposo di questo elemento riscaldante che smette di lavorare.

Qualora il termostato dovesse fallire o smettere di lavorare a causa di un difetto costruttivo o perché giunto alla fine della sua “vita” lavorativa, la temperatura potrebbe continuare a salire con conseguenze anche serie verso l’apparecchiatura. Per evitare che questa anomalia possa degenerare in un danno per la macchina, o peggio, viene posto un limite a questo innalzamento, e questo limite è raggiunto con l’intervento di un termofusibile.

La distanza tra la temperatura massima di apertura del termostato e quella di lavoro del termofusibile in genere è abbastanza importante, perché difficilmente, per lo meno in un’applicazione antigelo, il termostato va oltre i 15°C di apertura, e considerando la tolleranza che non deve mai essere oltre i 3°C arriviamo a 18°C. I termofusibili utilizzati hanno un intervento a 72°C, ma un Th, la temperatura massima che può mantenere per almeno 168 ore senza danneggiarsi, è di 57°C, quindi la distanza dovrebbe garantire la sicurezza che le normali operazioni i di lavoro non porteranno mai la temperatura a raggiungere queste soglie.

In qualche raro caso però, per applicazioni diverse dai frigoriferi per uso domestico, mi è capitato di vedere utilizzare termostati a 35°C in serie con termofusibili a 72°C. Ecco però che in questi casi, nel momento in cui viene sviluppato e testato un nuovo progetto, sarà fondamentale tenere in considerazione e prestare molta attenzione all’inerzia termica, perché la temperatura, continuando ad aumentare, potrebbe pericolosamente avvicinarsi al Th del termofusibile che potrebbe vedere compromettere le sue prestazioni e provocare il blocco della macchina.

Tanti prodotti, tante applicazioni, tanti casi particolari, ovviamente con tante soluzioni.